Quando le pietre cantano

A Cagliari parlano le mura. Per il visitatore straniero, sono molto più eloquenti degli stessi sardi, non molto portati alle chiacchiere fortuite. Un buona parte delle scritte con bombolette spray in città sono manifestazioni di amore, infatti si potrebbero dire di amore all’amore stesso, come una orgogliosa dichiarazione di un principio di vita. Uno cammina attraverso la città tra sguardi elusivi e improvvisamente si trova faccia a faccia con una pietra che parla a cuore aperto e ti brucia l’anima.


Questa curiosità sul rapporto tra Cagliari, le pietre e la comunicazione finisce per portarci fino a 20 chilometri fuori città, dove si dice che un artista abbia fatto cantare le pietre: la pittoresca cittadina di San Sperate.


Camminiamo lungo via Concordia, come i bambini attraverso strade di caramelle, quando un tintinnio di chiavi ci tira fuori dal nostro incanto. È un uomo che cammina sorridendo, chiamandoci con una chiave misteriosa che, seguendola fino in fondo alla strada, si ferma per aprire la porta verso la quale eravamo diretti: numero 16. È il signor Sciola, ci sta mostrando la sua casa.
La storia di suo fratello, Pinuccio Sciola, ci riempie davvero di ispirazione. Per noi non è esagerato affermare che appartiene a quello categoria di persone che riescono a personificare in se stessi gli ideali umanistici di Platone, Schiller o Nietszche.
Il giovane agricoltore Pinuccio inizia nella sua adolescenza a sperimentare l’arte. Francesca, la guida del parco museale, ci mostra in seguito, con molta dolcezza, la scultura che esegue all’età di 17 anni: un bambino contadino dai piedi invisibili, affondato nella pietra. Deve essere un effetto di quest’isola che, come è successo a noi, divora i piedi di coloro che la calpestano. I suoi amici presentano la scultura a un concorso che gli rende una borsa di studio per studiare arte a Cagliari. E da Cagliari al mondo: Pinuccio intraprende il viaggio esplorativo dello schiavo platonico, che gira lo sguardo per crescere verso Firenze, Salisburgo, Madrid o Parigi e ben oltre gli accademici, come esperienza di emancipazione, facendo un giro dell’Africa negli anni Sessanta, per tornare, come pochi ritornano, e rivoluzionare il suo nativo San Sperate riempiendolo di murales, accompagnato da amici e legati alla causa. Pinuccio tornò sul fondo della caverna e lo riempì di colori, tornò a svegliare tutti, gonfiando il suo cuore per l’educazione estetica dell’uomo, tornò essendosi realizzato come übermensch. Non ce ne sono molti e sfortunatamente il ricordo di molti di loro si dissolve presto nell’anonimato, quello di altri vive ancora indefinitamente nelle loro opere. La città è ancora oggi un museo a cielo aperto, ad ogni passo i murales si susseguono con stili diversi, contando mille fantasie diverse.


Ma torniamo alle pietre. Chi meglio di un contadino, abituato alla lingua della terra, alla fertilità dei suoi solchi – che in latino sono chiamati versi – per far cantare le pietre? Pinuccio ci mostra l’anima delle pietre, le scolpisce in modo che la sua storia interna diventi traducibile nei sensi umani. Al tatto, la pietra basaltica canta nel fuoco magmatico e quella calcarea con il suono dell’acqua e del vento. Una di loro sembra suonare il nostro arrivo a Cagliari.
Karine è colpita dal fatto che le opere d’arte sono così esposte al tempo. Sappiamo che una delle caratteristiche dell’arte murale è l’accettazione dell’effimero. Pinuccio dice di prendere le pietre dalla natura per poi restituirle. Accettando in questo modo gli effetti del divenire sull’opera, Pinuccio offre un atteggiamento rivoluzionario nei confronti della cosiddetta aura dell’oggetto d’arte. L’opera non è più sospesa nell’eterno limbo delle opere museali, Pinuccio colloca le sue sculture allo stesso livello dell’organico, il vivente o della “street art”. Alcune sculture sono rotte e ci dispiace molto, ma come gli oggetti viventi, nascono, si trasformano e ritornano sulla terra. Era sempre disponibile a diffondere la tecnica, insegnando ad altri artisti a cercare la voce della pietra. Se le sculture che vediamo ora sono chiamate ad essere consumate dal passare del tempo, non è meno vero che questo genere di opere può essere riprodotto con gli esperimenti di artisti, scultori o musicisti, che vogliono continuare a far suonare le rocce.


Prendiamo commiato pensando che Pinuccio accarezzasse le rocce proprio come il camminatore accarezza le pietre delle ripide strade con i piedi, Casteddu in alto, Casteddu in basso; lasciandosi incantare dal proprio verso. La pietra, attraendolo attraverso il tatto dei piedi, lo ispira, gli fa credere nella storia e nel destino.

Cuando las piedras cantan

En Cagliari los muros hablan. Para el visitante extranjero, resultan mucho mas elocuentes que los propios sardos, no muy dados al blabla fortuito. Un buen número de los escritos a aerosol en la ciudad son manifestaciones de amor, en realidad podría decirse de amor al mismo amor, como una orgullosa declaración de principio de vida. Uno camina por la ciudad entre miradas esquivas y de repente se da de bruces con una piedra hablando a corazón abierto y le quema el alma.
Esta curiosidad por la relación entre Cagliari, las piedras y la comunicación nos acaba llevando hasta 20 kilómetros fuera de la ciudad, donde dicen que un artista hacía cantar a las piedras: El pintoresco pueblo de San Sperate.

Caminamos por la calle Concordia, como niños por calles de caramelo, cuando un agitar de llaves nos saca de nuestro embelesamiento. Es un señor que camina sonriéndose, llamándonos con una llave misteriosa y que, al seguirla calle abajo, se detiene para abrir la puerta a la que nos encaminábamos: el numero 16. Es el señor Sciola, nos está mostrando su casa.
La historia de su hermano, Pinuccio Sciola, realmente nos llena de inspiración. Para nosotros no es exagerado decir que pertenece a ese espectro de personas que logran personificar en si mismos los ideales humanísticos de Platon, Schiller o Nietszche.
El joven agricultor Pinuccio empieza en su adolescencia a experimentar con el arte. Francesca, la guía del parque museo, nos muestra más tarde, con mucha dulzura, la escultura que realiza a los 17 años: un niño labrador de pies invisibles, hundidos en la piedra. Debe ser un efecto de esta isla que, como nos ocurrió a nosotros, devora los pies de quien la pisa. Sus amigos presentan la escultura a un concurso que le procura una beca para estudiar arte en Cagliari. Y de Cagliari al mundo: Pinuccio emprende el viaje exploración propio del esclavo platónico, que vuelve su vista hacia fuera para crecer hacia Florencia, Salzburgo, Madrid o Paris y mucho mas allá de lo académico, como experiencia de emancipación, recorriendo Africa en los años sesenta, para volver, como pocos vuelven, y revolucionar su San Sperate natal llenándolo de murales, secundado por amigos y afines a la causa. Pinuccio volvió al fondo de la caverna y la llenó de colores, volvió para despertar a todos, hinchado su corazón por la educación estética del hombre, volvió hecho a si mismo como el ubermensch. No son muchos, y lamentablemente la memoria de muchos de ellos queda muy pronto disuelta en el anonimato, la de otros vive aún indefinidamente en su obras. El pueblo todavia hoy es un museo al aire libre, a cada paso los murales se suceden con estilos diferentes, contando mil fantasías diversas.

Pero volvamos a las piedras. ¿Quién mejor que un labrador, habituado al lenguaje de la tierra, a la fertilidad de sus surcos -que en latín se llaman versos- para hacer cantar a las piedras? Pinuccio nos muestra el alma de las piedras, las esculpe de manera que su historia interna se vuelva traducible a los sentidos humanos. Con el tacto, la piedra basáltica canta en fuego de magma y la caliza con el sonido del agua y del viento. Nos parece que una de ellas suena como nuestra llegada a Cagliari.
A Karine le llama la atención que las obras de arte estén así expuestas a las inclemencias de la intemperie. Sabemos que una de las características del arte mural es la aceptación de lo efímero. Pinuccio dice tomar las piedras de la naturaleza para luego restituírselas. Aceptando de este modo los efectos del devenir sobre la obra, Pinuccio ofrece una interesante actitud ante el llamado aura del objeto de arte. La obra ya no se encuentra suspensa en el limbo eterno de las obras museísticas, Pinuccio coloca sus esculturas en el mismo plano que lo orgánico, lo vivo, o que el street art. Algunas esculturas se rompen, y nos da mucha pena, pero como objetos vivos nacen, se transforman y vuelven a la tierra. Se mostró siempre disponible a la divulgación de la técnica, enseñando a otros artistas a buscar la voz de la piedra. Si las esculturas que ahora vemos están llamadas a ser consumidas por el paso del tiempo, no es menos cierto que su especie puede reproducirse con las experimentaciones de artistas, de escultores o músicos, que quieran seguir haciendo sonar las rocas.


Nos vamos pensando que Pinuccio acariciaba las rocas igual que el caminante acaricia con sus pasos las piedras de las empinadas calles, Casteddu arriba, Casteddu abajo; dejándose encantar por el verso de su propio camino. La piedra, atrayéndole a su tacto desde los pies, le inspira, le hace creer en la historia y en el destino.

Sardegna terra della pietra.

Non appena il mare e il vento ci hanno spinto contro quest’isola, la sua solidità ha sedotto i nostri spiriti. Sarebbe stato l’inverno a richiedere terra, riparo, calore, il raccoglimento dell’abbraccio della baia offerto da Cagliari? La prima giustificazione è stato il maestrale, nel porto sono stati registrati punte di 70 nodi, in 15 anni solo tre volte. Ha colpito rigorosamente la costa naufragando un mercantile a Sant’Antioco, rendendo impossibile per i pescatori lavorare durante il periodo natalizio, aprendo anche un’anello di tenuta del nostro ormeggio di poppa.

Fu una forte tempesta, sì, ma già la prima mattina Cagliari ci aveva fatto l’occhiolino in un’elegante visione anfiteatrale dal porto, distratta, con la bellezza aggiunta degli incontri casuali. Il suo lungomare, le sue stradine e le sue mura di pietra sono riusciti a conquistarci rapidamente, le nostre gambe si sono rallegrate girando per i suoi quartieri, ognuno con una bellezza diversa come i personaggi di un romanzo. La salita al castello, dove abbiamo trovato un posto autogestito (Sa Domu) dove continuare con le pratiche yoga, è diventata un pellegrinaggio.

La città, originariamente conosciuta come Casteddu (Castello), riferendosi a ciò che ora forma il centro storico, oggi prende questo altro nome: Cagliari. Tra le ipotesi etimologiche più plausibili c’è quella che la associa alla voce protosarda Caraili, che significa roccia, in chiaro riferimento alla collina rocciosa che costituisce la sua orografia.

Quando il maestrale ci ha lasciato, i nostri piedi, addomesticati dal pellegrinaggio “castello sopra, castello sotto”, si sono insediati nelle fessure di questa roccia, hanno trovato rifugio e si sono accomodati tra i suoi volumi.

Era poco prima della vigilia di Natale, delicate ghirlande di luci adornavano alcune piazze e le strade profumavano di forno, dolci e di incontri. E, in effetti, queste date hanno operato con la loro magia anche per noi. I vecchi amici di Leo, che il peso del tempo e la distanza avevano tenuto nel letargo della memoria, riappaiono attraverso una breve ed eventuale catena di contatti. È così che Andrea e Fatù, avendo saputo della nostra presenza sull’isola, ci contattano e ci invitano al cibo di Natale. Eccoli, di nuovo, le stesse persone attorno al tavolo, 35 anni dopo, gli stessi anni che ho compiuto il giorno del nostro inaspettato arrivo a Cagliari, come se quel giorno a quel tavolo avessi materializzato il volume del passare del tempo.

Sentirsi accolti in un’intimità famigliare nel giorno di Natale, condividere usanze, cucina, giochi è stata un esperienza calda quanto il camino col quale i fratelli di Andrea hanno cucinato con pazienza e maestria un ottimo agnello. Questo rincontro ci ha insegnato che un’amicizia non si perde nel tempo. 

Per la notte di San Silvestro, le persone scendono dalla roccia al mare, si allineano sulle sue rive. Il cielo era illuminato da fuochi di mille colori e le acque calme li moltiplicavano. Ma non appena l’anno entra, tutti tornano alla roccia per festeggiare. Riceviamo la sensazione che i sardi siano più persone di terra, che di mare, il quale storicamente, gli ha portato problemi. La misteriosa cultura nuragica, con le sue torri coniche, uniche nel panorama megalitico del Mediterraneo e le sue affascinanti figurine di bronzo, aveva già capito che sarebbe dovuta fiorire lontano dall’acqua salata. Il mare, come diceva Omero, è sterile. No, i nuragici non hanno simpatizzato con il mare, anzi, i loro templi a pozzo e le loro fonti sacre parlano di una religione naturalistica che adorava l’acqua dolce. In Sardegna tutto quello che è fertile cresce all’interno, il mare è una minaccia, il mare è estraneo. Forse sarà l’inverno, ma ci dà la sensazione che questa roccia guardi il mare come vigilandolo, mantenendolo sempre dall’altra parte della linea dell’alterità. Tra tutto ciò che è noto (la roccia) e l’alieno (il mare), si estende la riva del mare. Il mare, nel frattempo respira, perché alla fine è solo una questione di tempo.

Cerdeña tierra de piedra.

Tan pronto como el mar y el viento nos empujaron contra esta isla, su solidez sedujo nuestro ánimo. ¿Sería el invierno que demandaba tierra, abrigo, calor, el recogimiento de ese abrazo de bahía que ofrecía Cagliari? 

Primero fue la justificación del Mistral: en el puerto llegaron a registrarse ráfagas de 70 nudos, algo solo visto tres veces en 15 años. Azotó con rigor la costa encallando un carguero en San Antíoco, imposibilitando a los pescadores faenar en plena época navideña, arrancando incluso uno de nuestros spines de popa. 

Fue un temporal fuerte, sí, pero ya la primera mañana Cagliari nos había guiñado un ojo en elegante visión anfiteatral desde el puerto, distraída, con la belleza añadida de los encuentros casuales. Su paseo marítimo, sus calles estrechas y sus muros de piedra consiguieron conquistarnos muy temprano, nuestras piernas se alegraban recorriendo sus barrios, cada uno con una belleza diversa como los personajes de una novela. La subida al castillo, donde habíamos encontrado un lugar autosugestionado (Sa Domu) donde continuar con las prácticas de yoga, se convirtió en un peregrinaje. 

La ciudad, originariamente conocida como Casteddu (Castillo), referiéndose a lo que ahora conforma el casco antiguo de la ciudad, hoy toma este otro topónimo: Cagliari. Entre las hipótesis etimológicas mas plausibles se encuentra la que lo asocia a la voz protosarda Caraili, que significa roca en clara referencia a la colina rocosa que compone su orografía. 

Para cuando nos abandonó el Mistral, nuestros pies, domesticados por nuestro peregrinaje Casteddu arriba Casteddu abajo, se fueron colando entre sus grietas, encontrado cobijo y acomodándose entre los volúmenes de esta roca. 

Eran vísperas de Navidad, delicadas guirnaldas de luces adornaban escogidas plazas y las calles olían a horno, a dulce y a encuentro. Y en efecto, estas fechas obraron su tradicional magia también para nosotros. Viejos amigos de Leo, a los que el peso del tiempo y de la distancia habían mantenido en el letargo de la memoria, reaparecen a través de una breve y eventual cadena de contactos. Así es como Andrea, al sabernos en la isla, nos contacta y nos invita a la comida de Navidad. Allí se encuentran, de nuevo las mismas personas al rededor de la mesa, 35 anos después, los mismos que yo cumplía en la jornada de nuestra imprevista llegada a Cagliari, como si aquel día en aquella mesa yo materializase el volumen del paso del tiempo. 

Para nochevieja la gente baja de la roca hasta el mar, se alinea en sus orillas. El cielo se encendía en fuegos de mil colores y las aguas tranquilas los multiplicaban. Pero tan pronto como entra el año todos vuelven a la roca para celebrar y festejar. Nos da la sensación de que los sardos son más gente de tierra, el mar, historicamente, les ha traído problemas. La misteriosa cultura nuragica, con sus torres cónicas, únicas en el panorama megalítico mediterraneo y sus fascinantes figurillas de bronce, ya había entendido que debía florecer lejos del agua salada. El mar, ya lo decía Homero, es infecundo. No, los nurágicos no lo simpatizaban, muy al contrario, sus templos-pozo y sus fuentes sacras hablan de una religión naturalista que adoraba el agua dulce. En Cerdeña lo fértil crece en el interior, el mar supone una amenza, el mar es extranjero. Quizá sea el invierno, pero nos da la sensación de que esta roca mira al mar como vigilandolo, manténiendolo siempre al otro lado de la linea de la alteridad. Entre lo conocido, (la roca) y lo alieno, (el mar), se extiende la linea de costa. El mar en tanto respira, porque al final sólo es una cuestión de tiempo.

Tra Sicilia e Baleari c'è di mezzo la Sardegna

Le previsioni ci danno una tregua di almeno due giorni, forse tre se combiniamo bene i tempi di partenza e di arrivo. Diventiamo ambiziosi: se riusciremo a raggiungere una media di almeno 6 nodi saremo in grado di arrivare direttamente alle Isole Baleari. Sì, perché no? Lasceremo San Vito, la Sicilia e l’Italia. Facciamo scorta di olio, parmigiano e un paio di altri tesori. Siamo pronti, andiamo alle Isole Baleari, sono tre giorni di attraversamento, l’ultimo probabilmente con la pioggia ma le Isole Canarie ci compenseranno con i suoi caldi giorni di eterna primavera.

Quindi usciamo, il vento ci fa aspettare e aspettare, ancora contenuto dalla presenza dell’isola e anche dopo dalle Egadi. Ma la media può ancora essere tracciata.

La notte cala e con essa una densa umidità, una coperta invisibile che lascia l’intero ponte immerso nell’acqua, senza l’ovvietà della pioggia, senza il suo suono o la sua fastidiosa cortina di gocce, ma stiamo navigando nell’acqua. Che modo elegante ha il tempo di renderci fradici e congelati in silenzio. C’è qualcosa di più incredibile di quel plancton? Di quel luccichio luminoso che solleva la nave mentre passa, come la polvere fatata che faceva volare la nave pirata di Captain Hook? Sì, quella notte sapevamo che si, tra le polveri dorate, sfere luminose grosse come una mano tesa, erano luminose ancor lontano dalla poppa. Che cosa sono meduse?

Turni di due ore, come sempre, ma due ore non sono sufficienti per rimuovere l’umidità dalle ossa e riposare. Al mattino siamo stanchi come se avessimo passato due notti. Il sole sorge e dissipa le nuvole, è il mio compleanno, compio 35 anni. Un giorno perfetto di navigazione calma. Ma troppo calmo, il meteo ci aveva promesso un po più di vento e il motore non voleva andare, ha dentro un un po’ d’aria. Non sta andando bene. Guardiamo il vento che guarda dall’altra parte. No, non abbiamo superato in media 6 nodi e ovviamente senza motore non andiamo alle Isole Baleari.

Siamo vicino alla Sardegna, che avevamo scartato, ma ora la baia di Cagliari si apre in lontananza come un abbraccio. Tutti i porti, più o meno, hanno la forma di un abbraccio. Le sue solide pareti si aprono sul mare per proteggere le barche esauste, umide e senza motore. Ci mettiamo in rotta su quelle braccia e quando ci avviciniamo il vento, finalmente, si dà per scontato. Svolta, il vento gira per condurci, il più rapidamente possibile a Cagliari. 4, 5, 6 nodi che arrampicata. Dimmi i tuoi piani che gli dei rideranno, dicono i Greci. Soffia più forte e più forte, stiamo volando direttamente al porto. Riduciamo le vele, andiamo a 8 e 9 nodi, certe forze non possono essere contraddette, Cagliari ci ingoia con la sua enorme bocca. La Sardegna non si limita a vederci passare. Ci sono onde corte e insistenti, si tiene forte il timone, rettificando la rotta segnata dallo sguardo fisso sul faro. Improvvisamente sento il trascinamento nello stomaco e la curiosità mi supera: guardo in mare. Il mare è nero, non si vede nulla, io fisso un secondo e lì vedo un abisso profondo, a cui non credo quasi. È così profondo che mi dà vertigini. E così è stata l’onda. Il cuore gioca duro contro le costole, per fortuna è stata una meraviglia unica, l’ultimo grande colpo del mare, come un pugno sul tavolo dopo un discorso arrabbiato. Navigando nel porto, è molto ampio e ci consente di ancorare. Di notte il mare ci sveglia tremando, a quanto pare è passato un traghetto molto vicino a noi. La mattina ci rimorchiano, attracchiamo con le trappe, buongiorno Cagliari … siamo passati di qui … e va bene, comunque.

Ente Sicilia y las Baleares está Cerdeña.

El pronóstico nos da una tregua de al menos dos días, quizá tres, si conjugamos bien las horas de salida y llegada. Nos volvemos ambiciosos: si logramos alcanzar una media de al menos 6 nudos seremos capaces de llegar directamente a Baleares. Sí, por qué no? Vamos a dejar San Vito, Sicilia e Italia. Hacemos acopio de aceite, parmesano y un par de tesoros más. Estamos listos, vamos a Baleares, son tres días de travesía, el último de ellos seguramente con lluvia, pero Canarias nos lo compensará con sus cálidos días de primavera eterna.

Así que salimos, el viento se hace esperar y esperar, contenido todavía por la presencia de la isla y aun después de las Egades. Pero la media aun se puede remontar. Cae la noche y con ella una humedad espesa, una manta invisible que deja la cubierta entera inmersa en agua, sin la obviedad de la lluvia, sin su sonido ni sus molesta cortina de gotas, pero estamos navegando dentro del agua. Qué elegante manera tiene el tiempo de dejarnos calados y congelados en silencio.

¿Hay algo más increíble que ese plancton, esa purpurina brillante que despierta el barco al pasar, como el polvo de hadas que hacía volar el barco pirata del Capitán Garfio? Sí, esa noche supimos que sí, entre el polvo dorado bolas luminosas como una mano extendida, se veían iluminadas hasta muy lejos por la popa. ¿Qué son? ¿Medusas?

Turnos de dos horas, como siempre, pero dos horas no bastan para sacarse la humedad de los huesos y descansar. Por la mañana estamos cansados como si lleváramos dos noches. Sale el sol y disipa las nubes, es mi cumpleaños, cumplo 35. Un día perfecto de vela tranquila. Pero demasiado tranquila, el meteo nos había prometido algo más de viento y el motor no quiere ir, debe haber entrado algo de aire en el circuito del gasoleo. No va bien. Miramos al viento y este mira hacia otro lado. No, no hemos superado los 6 nudos de media y desde luego sin motor no nos vamos hasta Baleares. 

Estamos cerca de Cerdeña, que la habíamos desechado, pero ahora la bahía de Cagliari se abre a lo lejos como un abrazo. Todos los puertos, más o menos, tienen la forma de un abrazo. Sus sólidos muros se abren sobre el mar para proteger los barcos exhaustos, húmedos y sin motor. Ponemos rumbo a esos brazos y cuando nos acercamos, el viento, al fin, se da por aludido. Gira, el viento gira para llevarnos de través, lo mas rápido posible hacia Cagliari. 4, 5, 6 nudos y subiendo. Dime tus planes que los dioses se reirán, dicen los griegos. Sopla cada vez más fuerte, vamos volando directamente hacia puerto. Reducimos las velas, vamos a 8 y 9 nudos, ciertas fuerzas no pueden contradecirse, Cagliari nos engulle con su enorme boca, Cerdeña no se limita a vernos pasar. Hay olas cortas e insistentes, uno sujeta fuerte el timón, rectificando el rumbo marcado por la mirada fija en el faro. De repente siento el arraste en el estómago y me vence la curiosidad: miro por la borda. El mar esta negro no se ve nada, fijo la vista un segundo y ahí veo un abismo profundísimo, que casi ni me lo creo. Esta tan profundo que me da vertigo. Y así de magna era la ola, el corazón toca fuerte contra las costillas. Por suerte era una maravilla unica, el último gran golpe de mar, como un puñetazo sobre la mesa tras un discurso airado.
A vela entramos en puerto, es muy amplio y nos permite echar el ancla.  Por la noche nos despierta el mar sacudiéndonos, al parecer un ferry nos ha pasado bien cerca. Por la mañana nos remolcan hasta dentro, atracamos con muerto, buenos días Cagliari… pasábamos por aquí… y… bueno, en fin.

Sicilia orizzontale e verticale.

Milazzo si prende cura del nostro riposo. Il suo grande castello ci guarda dall’alto, solo i pescatori camminano attraverso i pontili galleggianti.

Niente di meglio per prepararci per il mare che mangiare i suoi frutti. Fra le bancarelle vicino al porto, un pescatore ci offre un paio di branzini, freschi freschissimi, che cuciniamo al vapore con un po ‘di vino bianco calabrese. Odore che nutre. La pelle viene rimossa con una gentilezza che fa venire l’acquolina in bocca. Una cottura precisa, una vera comunione con il mare. Rendiamo i piatti  pulitissimi e le lische, per il bordo, vengono restituite a Poseidon. Questo sincero ringraziamento serve da rito di partenza: rimangono 126 miglia fino a San Vito lo Capo, saranno 14 ore di bolina fino all’angolo nord-occidentale della Sicilia.

Con le vele ben posizionate, Pathfinder naviga da solo, inseguendo il vento. È il miglior pilota automatico e l’unico che abbiamo. Le vele si cazzano stringendo il vento per raggiungere l’angolo che ci aiuta ad attraversare la costa nord di questa enorme isola.

Arriva la notte

“Guarda, si vede la testa di una sirena a babordo.” Nel superarla, vengono fuori grandi pinne, è una tartaruga marina che nuota verso est. Il suo guscio luminoso e scuro scompare di nuovo sotto la superficie del mare. Dopo il tramonto tre piccoli delfini danzano da un lato all’altro della nave.

Il Monte Monaco annuncia l’arrivo a San Vito lo Capo.

Nel porto siamo già avvisati che la città è “un po ‘fuori stagione”. Con le sue ampie strade desertiche sembra di essere in un film di Sergio Leone. Mentre le attraversiamo, una melodia di Ennio Morricone suona nelle nostre teste. Dopo miglia di orizzonte, non resistiamo all’opportunità verticale offerta da quella grande roccia, che prega da tempi immemorabili, e saliamo sulla montagna, verso la croce che corona la cima, a 540 metri sopra il mare. Da lì la cartografia del margine dell’isola e delle Egadi è tracciata davanti ai nostri occhi, questo è il nostro estremo ovest siciliano, laggiù vediamo il porto e la spiaggia dalle acque cristalline. Ai piedi della croce una scatola di metacrilato conserva un quaderno dove lasciamo anche noi, per i posteri, il ricordo del nostro passaggio, pochi minuti prima che anche una nuvola scelga questa cornice per riposare, facendo sparire l’intero panorama con una sfumatura di bianco. Lentamente, scendiamo dalla nuvola e dalla montagna e torniamo a Pathfinder per cena. Secondo le previsioni del tempo, un vento insistente da nord-ovest ci nega il passaggio in Sardegna, San Vito ci terrà sotto il suo marmo per almeno una settimana.

Sicilia horizontal y vertical.

Milazzo cuida nuestro reposo. Su gran castillo nos mira desde lo alto, sólo los pescadores se pasean por las dársenas flotantes. 

Nada mejor para prepararse pra el mar que comer de sus frutos. Entre los puestos callejeros cercanos al puerto un pescador nos ofrece un par de lubinas, frescas fresquísimas, que cocinamos al vapor con un poco de vino blanco calabrese. Huele que alimenta. La piel se retira con una facilidad que nos hace salivar. Una cocción precisa, una auténtica comunión con el mar. Los platos quedan limpios y por la borda las raspas son devueltas a Poseidón. Este sincero agradecimiento sirve de rito de partida: Quedan 126 millas hasta San Vito lo Capo, van a ser 14 horas de orza hasta el extremo noroeste de Sicilia. 

Con las velas bien colocadas, Pathfinder navega solo, persiguiendo el viento. Es el mejor piloto automático y el único que tenemos. Las velas se ciñen apretando el viento para apurar el ángulo que nos ayuda a cruzar la costa norte de esta enorme isla. 

“Mira, por babor se ve una cabeza de sirena” Al sobrepasarla le salen unas grandes aletas, es una tortuga marina nadando hacia el este. Su caparazón brillante y oscuro desaparece de nuevo bajo la superficie del mar. Tras el ocaso tres delfines pequeños bailan de un lado al otro del barco.

El monte Monaco (monte Monje) nos anuncia la llegada a San Vito lo Capo. 

En el puerto ya nos advierten que el pueblo se encuentra “un poco fuera de temporada”. Con sus amplias calles desérticas parece que nos encontramos en el decorado de una película del lejano oeste. Mientras las atravesamos suena en nuestras cabezas una melodía de Ennio Morricone. Tras millas de horizonte, no nos resistimos a la oportunidad vertical que ofrece esa gran roca, que reza desde templos inmemoriales, y nos encaminamos monte arriba, hacia la cruz que corona la cima, a 540 metros sobre el mar. Desde allí la cartografía de Sicilia y de las islas Egadas se dibuja ante nuestros ojos, este es nuestro lejano oeste siciliano, allí abajo el puerto y la playa de aguas cristalinas. A los pies de la cruz una caja de metacrilato conserva una libretita donde también nosotros dejamos, para la posteridad, la memoria de nuestro paso, minutos antes de que una nube elija también este marco para reposarse, haciendo desaparecer todo el panorama con un fundido a blanco. Despacito, nos bajamos de la nube y del monte y volvemos a Pathfinder a la hora de la cena. Según las previsiones meteorológicas, un insistente viento de noroeste nos niega el paso hasta Cerdeña, San Vito nos va a tener bajo su mármol al menos una semana.

Lasciamo Roccella alle spalle, con una pedata

Sì, Roccella ci aveva fatto aspettare, disperare, dubitare … ma quando le cose sembrano andare a rotoli, chissà se effettivamente si stanno riposizionando? Chissà, se l’ago del giradischi non salta semplicemente per suonare la canzone giusta? Non più una canzone, ma un intero concerto è iniziato quel giovedì a mezzanotte, un recital di 16 ore, oltre 118 miglia.

La prima sezione fino a Spartivento e stata puro rock. È difficile non ammettere che gli elementi erano, letteralmente, dalla nostra parte quella notte. Sembrava che suonassero dal vivo quel tema che ti accappona la pelle. Vento di poppa a 25 nodi, raffiche di 30, che emettono esattamente dalle nostre spalle. Le onde accelerarono facendoci cavalcare le loro schiene, una dopo l’altra. Nell’oscurità della notte, che cancella l’orizzonte, le luci di navigazione illuminavano solamente le vele bianche e una schiuma che sottolinea ripetutamente la barca. Riusciamo a toccare i 14 nodi di velocità.

Quanto volevamo raggiungere Spartivento. Tante volte lo abbiamo visto dal treno, andando a vedere il mago! Era diventato un simbolo del superamento o un trofeo e, infine, girandolo, abbiamo girato il vento e con lui l’euforia. La sezione successiva fino all’alba fu una navigazione calma, meritata e riconoscente.

Già con la luce del giorno siamo tra la Sicilia e la Calabria. Sullo sfondo si intuisce lo Stretto di Messina. Siamo arrivati ​​giusto in tempo: dal silenzio arriva dolcemente l’apertura di un’aria musicale, è la corrente che passa agevolmente da stanca a portante. L’ascoltiamo pacificamente, deve essere il canto delle sirene che già senile e tenero, ci porta avanti. Sicilia e Calabria si avvicinano, come labbra per emettere un fischio. Le temibili Scilla e Cariddi risultano essere due giganti torri di ferro, bianche e rosse, vecchie torri di linea elettrica, che già in disuso, si ergono contro il cielo più simili a due solenni sfingi che guardano il passaggio. Apparentemente, la benevolenza è l’età avanzata dei mostri mitici. Quindi la bocca di Messina si chiude, così suona il fischio e attraverso di essa entriamo di soppiatto nel Tirreno. Questa è l’ultima parte di questa tappa, del concerto, il vento decade, le forze scadono. Questo mare ci accoglie con un pò di malinconia. Senza onde e senza vento, una leggera pioggia punteggia il mare. Il tramonto ci lascia a Milazzo, dove il tempo sembra ugualmente fermato, quindi ci fermiamo anche noi. Quella notte abbiamo dormito 13 ore.

Dejar atrás Roccella, de una coz.

Sí, Roccella nos había hecho esperar, desesperar, dudar… pero cuando las cosas parece que se tuercen, ¿quién sabe si en realidad se están reubicando? ¿Quién sabe si la aguja del tocadiscos no acaba de saltar para hacer sonar la canción justa? Ya no una canción sino todo un concierto empezaba aquel jueves a media noche, un recital de 16 horas y media, a lo largo de 118 millas.

El primer tramo hasta cabo Spartivento era puro rock. Es difícil no admitir que los elementos estaban literalmente de nuestra parte aquella noche. Sonaban como suenan en directo ese tema que te eriza la piel. Viento de popa a 25 nudos, ráfagas de 35, emitiendo exactamente desde nuestras espaldas. Las olas se aceleraban haciéndonos cabalgar sus lomos, una tras otra. En la oscuridad de la noche, que borra el horizonte, las luces de navegación iluminaban sólo blancas las velas y una espuma que repetidamente nos subraya. Llegamos a ver los 14 nudos de velocidad. 

Cuántas ganas teníamos de alcanzar Spartivento. ¡Tantas veces lo habíamos visto desde el tren, yendo a ver al mago! Se había convertido en un símbolo de superación o en un trofeo y, por fin, al girarlo, giramos el viento y con él la euforia. El siguiente tramo hasta el alba fue de una navegación tranquila, merecida y agradecida.

Ya con la luz del día nos encontramos entre Sicilia y Calabria. El estrecho de Mesina se adivina al fondo. Llegamos justo a tiempo: Desde el silencio llega dulcemente la abertura de un aria, es la corriente que suavemente pasa de estanca a portante. La escuchamos plácidamente, debe ser el canto de las sirenas que ya seniles se han enternecido y deciden llevarnos hacia delante. Sicilia y Calabria se acercan entre sí, como unos labios para proferir un silbido. Scilla y Caribdis resultan ser dos altísimas torres de hierro, blancas y rojas, antiguas torres de tendido aéreo, que ya en desuso, se yerguen contra el cielo más parecidas a dos solemnes esfinges que vigilan el paso. Al parecer, la benevolencia es la vejez de los monstruos míticos. Así la boca de Mesina se aprieta, así suena el silbido y por él nos colamos hasta el Tirreno. Esta es la última parte de esta etapa, del concierto, el viento decae, las fuerzas caducan. Este mar nos recibe con cierta melancolía. Sin olas y sin viento, una suave lluvia le puntea el lomo. El ocaso nos deja en Milazzo, donde el tiempo parece igualmente parado, así que nos paramos nosotros también. Aquella noche dormimos 13 horas.

Il mago Gattuso ci apre la porta del Tirreno

Ci svegliamo all’alba e ci dirigiamo verso Capo Spartivento, con l’intenzione di proseguire la traversata. Dopo una decina di miglia il motore inizia a lamentarsi con uno strano tremore, presto un fumo bianco conferma l’aborto della missione. In assenza di altri porti nell’area meridionale della Calabria, Pathfinder ci riporta a Roccella. Non senza preoccupazioni iniziano le possibili diagnosi. Forse il serbatoio del biodiesel ha generato alcuni batteri, che crescono come alghe, intasano le viscere della barca. Quindi procediamo a lavare lo stomaco. Fortunatamente, un cimitero di barche sequestrate, usate per trasporto di immigrati clandestini, ci fà trovare un grande serbatoio da 300 litri, con tutta la pazienza che abbiamo, laviamo per bene il serbatoio e svuotiamo il nostro diesel e ci accorgiamo, paradossalmente senza sollievo, che è pulito e che non è questo il problema. Cosa succede alla barca allora?

Gattuso vive a Reggio Calabria. Un’incredibile possibilità ci porta ad incontrarlo. Poco dopo essere entrato nel suo laboratorio si capisce che siamo entrati nell’umile santuario di un mago. Gli utensili ordinati per dimensioni: chiavi, morse, scatole con applique, guarnizioni, bulloni e anelli appesi alle pareti. Ogni oggetto riposa nel suo scompartimento come gli ingredienti in una dispensa, guardando il mago che va e viene, in attesa di essere richiesti. Gattuso tiene gli iniettori nelle sue mani da musicista, con la sensibilità con cui di notte accerezzerà con l’arco la sua lira o che pizzicherà le corde del suo mandolino. Quindi guarda tra le dita gli iniettori come uno che accudisce un essere vivente, un animaletto malato, un uccello con un’ala rotta. Presto l’oracolo si manifesta, riversando un flusso di parole metalliche piene di chiavi, morsetti, bulloni e anelli. Uno degli iniettori è ingrippato, fortunatamente ne ha uno uguale. Possiamo solo rimanere lì, osservando con onesta riverenza il procedimento del mago Gattuso, che si sviluppa attraverso il laboratorio con la facilità di una danza rituale. Ora prende l’iniettore e lo imbratta di un unguento verde, lo applica con indescrivibile tenerezza, quindi lo accarezza con un foglio misterioso, che non possiamo identificare. Ovviamente le meraviglie del mago sono invisibili al resto dei mortali. Quando la danza finisce, un altro torrente di parole metalliche si precipita per indicare che l’iniettore è pronto, quindi torniamo a Roccella, con gli organi guariti dentro una borsa.

Tuttavia gli dei non ci lasciano andare all’alba successiva, perché quando si posiziona l’organo sano, il tubo di distribuzione è ferito e parte. Un altro ritardo, ma almeno sappiamo già dove abita il mago. Questa volta ci porta a vedere un amico, un grande maestro saldatore, ci dice. Risulta essere lo stesso Efesto e il suo laboratorio un vero tempio pieno delle più svariate offerte votive. Prende la fiamma e con la precisione di un chirurgo esegue una saldatura molto piccola e delicata nel tubo sottile. Quindi ci allontana senza gloria o solennità e torna alla sua magnifica opera.

Svegliamo Pathfinder a mezzanotte, siamo pronti a lasciare la Calabria. Poseidone ci spinge fortemente dalla poppa, ci allontana da Roccella, dalla sua dolce incertezza, da questa prima preoccupazione di dubbio. Dopo aver consacrato i riti relativi agli dei locali, ora possiamo dire che il viaggio inizia.

GATTUSO GIUSEPPE – Via Saracinello 155 – 89131 Reggio Di Calabria (RC)38.0694415.66105 – 3278774542

Raccomandiamo a tutti i velisti con problemi di iniettori e pompe

El mago Gattuso nos abre la puerta al Tirreno

Nos levantamos al alba y ponemos rumbo a Cabo Spartivento, con toda la intención de seguir el viaje. Tras una decena de millas el motor empieza a quejarse con un temblor extraño, al poco un humo blanco nos confirma el aborto de la etapa. A falta de otros puertos en la zona sur de la Calabria, Pathfinder nos hace volver a Roccella. No sin preocupación, empiezan los posibles diagnósticos. Tal vez el depósito de biodiesel ha generado alguna bacteria, que creciendo como un alga, atasca las tripas del velero. Procedemos pues a hacerle un lavado de estómago. Afortunadamente un cementerio de barcos secuestrados, utilizados para el transporte de inmigrantes clandestinos, nos regala el hallazgo de un gran depósito de 300 litros. Con toda la paciencia de la que disponemos vamos vaciando nuestro diesel y comprobando, paradogicamente sin alivio, que está limpio y que no radica ahí el problema. ¿Qué le pasa entonces al barco? 

Gattuso habita en Reggio Calabria. Un azar increíble nos lleva a su encuentro. Al poco de entrar en su taller, uno comprende que ha entrado en el humilde santuario de un mago. Colgados de las paredes los utensilios ordenados por tamaños: llaves, gatos, cajas con apliques, gomas, tuercas, anillas. Cada uno de los objetos reposa en su compartimento como los ingredientes en la alacena, observando el ir y venir del brujo, esperando ser requeridos. Gattuso sostiene los inyectores en sus manos de músico, con la sensibilidad con la que por la noche cogerá el arco de su lira o que pulsará las cuerdas de su mandolina. Así, entre los dedos, los mira como quien compadece a un ser vivo, a un animalillo enfermo, a un pájaro con el ala rota. Pronto el oráculo se manifiesta, vierte un torrente calabrese de palabras metálicas, llenas de llaves, de gatos, de tuercas y de anillas. Uno de los inyectores está engripado, afortunadamente tiene uno igual. No podemos sino permanecer allí, observando con honesta reverencia el proceder del mago Gattuso, que se desenvuelve por el taller con la soltura de un baile ritual. Ahora toma el inyector y lo unta con una pomada verde, lo aplica con indescriptible ternura, luego lo acaricia con un papel misterioso, que no acertamos a identificar. Obviamente los prodigios del mago son invisibles al resto de los mortales. Cuando termina el baile, otro torrente de palabras metálicas se precipitan para indicarnos que el inyector esta listo, así que volvemos a Roccella, con el órgano sanado dentro de una bolsita.

Sin embargo los dioses no nos dejan ir a la mañana siguiente, porque al colocar el órgano sano, el tubito de distribución se lesiona y se parte. Otro retraso, pero por lo menos ya sabemos dónde habita el mago. Esta vez nos lleva a ver a un amigo, “un gran maestro soldador”, nos dice. Resulta ser el mismísimo Hefesto y su taller un verdadero templo llenos de los más variados exvotos. Toma la llama y con la precisión de un cirujano efectúa una pequeñísima y delicada soldadura en el fino tubo. Luego nos despide sin gloria ni solemnidad y vuelve a sus magnas labores. 

Despertamos a Pathfinder a medianoche, estamos listos para abandonar Calabria. Poseidón nos empuja fuertemente desde la popa, nos lleva, nos aleja de Roccella, de su dulce incertidumbre, de esta temprana inquietud de la duda. Habiendo consagrado los ritos pertinentes a los dioses locales, ahora sí, podemos decir que empieza el viaje.

Prima tappa 210 nm

Partiti da Sami (Cefalonia) alle 11,30 del 21/11, abbiamo percorso con mare e vento contrario (massimo 10 nodi) a motore, aiutati dalla randa per buona parte, rotta su Roccella Ionica (Calabria). Siamo arrivati il 23/11 alle 01.00 ormeggiando sulla banchina del distributore di benzina per poi prendere alla mattina successiva posto nel marina. Qui abbiamo scoperto con grande sorpresa una bella comunità di velisti che svernano a Roccella senza farsi mancare niente: lezioni di yoga, barbecue, al quale siamo stati invitati prontamente da John e sua moglie dove ci siamo presentati con un fantastico tzatziki recuperando le provviste greche. Abbiamo incontrato anche un olandese volante ormeggiato a fianco a Path proveniente dalla Croazia dove ha acquistato un Elan 42 diretto in olanda solo con pilota automatico fuori uso e problemi con l’avviamento del motore, un vero duro che a botte di birra non si perde d’animo. Aspettiamo che passi una pesante perturbazione per far rotta su Reggio Calabria.

Sulla rotta di Ulisse -giugno/settembre '20

Crociere di 7/14 giorni nelle più belle isole greche dello Ionio, Zante, Cefalonia, Itaca, Kastos, Kalamos, Atokos.
Questa è la proposta di Velainsieme per l’attività primavera/estate 2020, rivolta agli amanti della vela e a chi vuole provare l’esperienza di viaggiare e vivere in barca. Navigare in queste acque non comporta lunghi trasferimenti, la maggior parte degli spostamenti infatti è su tratti brevi ed in acque tranquille dove comunque il vento non manca e l’ebbrezza di navigare a vela sarà pienamente soddisfatta.

Programma di massima
Da Sami (porto base a Cefalonia, raggiungibile in aereo o traghetto), facciamo rotta verso nord con sosta in baia per un primo bagno nelle splendide acque della Grecia Jonica. La sera raggiungiamo Fiscardo, qui possiamo cenare in barca o raggiungere il paesino a piedi.

Al mattino rotta sulle bianche scogliere a nord ovest di Itaca. Nel pomeriggio, ci spostiamo a Kioni, bellissimo villaggio con una splendida baia dove riposarci e goderci un meraviglioso aperitivo.

Al mattino seguente puntiamo su Atokos, dando ancora nella sua bellissima one house bay. Giornata di mare e relax e sul tardi, per chi lo vuole, aperitivo in spiaggia.

Il tour della settimana continua poi con la scoperta di Kalamos e Kastos,  passando per Atokos dove potremo tuffarci in una baietta esclusiva. E poi ancora tappa per Vathi (Itaca), con il suo porto naturale, il più grande d’Europa. Da qui, rotta verso sud est per rientrare infine a Sami.

Preferiremo viaggiare a vela e fermarci in baia piuttosto che nei porti, per goderci il mare, la natura e la cucina di bordo. Non mancheranno però le soste a terra, con visite agli incantevoli paesini delle isole greche e le loro taverne piene delle delizie culinarie degli eredi di Ulisse. Infine se tutto l’equipaggio, vorrà fare rotta su Zante, no problem, potremo pianificare un nuovo tour tutti insieme.

Divideremo i compiti di navigazione e di cucina, rispettando i nostri compagni di viaggio e soprattutto i luoghi che visiteremo attenti a ridurre al minimo il nostro impatto sulla natura e l’ecosistema che ci circonderà. Il percorso potrebbe variare a causa delle condizioni meteo.

LA PROPOSTA

Dal 4 maggio al 28 settembre crociere di 7/15 giorni, scegli il tuo tour e prenota. I prezzi variano a seconda del periodo, si parte da 450€/settimana nei periodi di maggio e giugno fino ad arrivare a 650€ nel mese di agosto. Sono previsti sconti per gruppi e famiglie o per crociere di due settimane.

Per gli equipaggi che scelgono 2 settimane di crociera, oltre al tour sopra descritto, si farà rotta anche su Zante e la parte sud-ovest di Cefalonia.
Sconto di 50€ per chi prenota entro fine febbraio. Alla prenotazione si richiede una caparra del 30% del costo. 

Pathfinder* for smart people

A vela, nel mare pulito delle isole greche dello Ionio, se si è sufficientemente “smart” ce la si può godere “alla grande”.

Muoversi quando il vento ti aiuta, fermarsi in baie con l’acqua cristallina, godersi l’alba, brindare al tramonto, condividere appetitosi pasti preparati con la collaborazione di tutto l’equipaggio, sonnecchiare sotto l’ombra del tendalino, crogiolarsi sotto il caldo sole Continua a leggere “Pathfinder* for smart people”

In tre più Pepe

Leo, Lidia, Ezio e il piccolo Pepe su Alira da Pescara verso le tremiti con sosta forzata a Termoli per brutto tempo.